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itinerario 4: i campi di internamento PDF  | Stampa |

Treia > Pollenza > Sforzacosta > Urbisaglia > Petriolo > Camerino > Colfiorito


3. Sforzacosta

Percorsi 9,5 km ci si immette sulla SP 77 e dopo 1,3 km circa si è già a Sforzacosta - ingresso campoSforzacosta. Proprio all’incrocio con la SP 78, sulla destra, si trova la struttura che ospitava il campo per prigionieri di guerra numero 53 dipendente dalla Posta Militare 3300 fino all’8 settembre 1943, poi trasformato in Campo per Internati Civili, riconoscibile grazie al caratteristico ingresso e alla lapide posta dal Comune di Macerata in ricordo degli internati.


Lapide posta dal Comune di Macerata
a ricordo del campo di Sforzacosta

Il 30 settembre 1943 il comando tedesco trasferisce tutti gli internati della provincia al campo di Sforzacosta. E’ un vecchio tabacchificio che fino al 23 ottobre è gestito dagli italiani, successivamente il comando passa ai tedeschi e diviene centro di raccolta e trasferimento degli internati. Da Sforzacosta molti internati vengono trasferiti ai comuni di Caldarola, Pollenza, Urbisaglia, Corridonia, Petriolo, Tolentino e Mogliano, dove vengono posti in condizione di internamento libero.
I primi ad arrivare sono 58 ebrei da Urbisaglia, poi 19 internate da Petriolo e 50 da Pollenza. Nel novembre 1943 sono 159 le persone internate.
Il 20 dicembre 1943 viene condotto al campo Mario Batà , viene legato ad un palo e sul petto nudo vengono scaricati otto colpi del plotone di esecuzione. Un ufficiale repubblichino, poi, scarica la sua pistola sul cadavere. Prima di morire, raccontano i testimoni, dopo aver ascoltato con gli occhi rivolti al cielo la sentenza, Mario Batà grida ancora: “Evviva l’Italia, evviva l’Italia libera”.
Il 20 marzo 1944 le SS cominciano a spostare le persone detenute al campo di Fossoli di Carpi, in provincia di Modena, da cui si partiva per i lager tedeschi.
Alla fine dell’aprile del ‘44 nel campo vengono reclusi circa 300 giovani di Tolentino, fermati nel corso dell’azione del rastrellamento compiuta da un reparto di SS esclusivamente formato da italiani e comandato da un certo Ten. Malanga. “I militi piombarono improvvisamente sul centro cittadino e, col pretesto di ricercare disertori e renitenti, effettuarono una vasta retata di uomini validi e non validi <...> Il giorno successivo a tale retata i muri di Tolentino si tappezzarono di un manifesto con il quale i giovani delle classi dal 1914 al 1926 venivano invitati a presentarsi al Comando Locale delle SS per assolvere alla chiamata del lavoro obbligatorio”. Molti giovani si presentano al Comando dei Carabinieri, quartiere generale delle SS, convinti di evitare noie maggiori. Invece sono radunati nel cortile e trasferiti con i camion a Sforzacosta, ammassati nelle baracche, assolutamente impreparati ad affrontare un’esperienza di dure deprivazioni. Racconta Luigi Bonfigli, uno dei giovani detenuti: "Le SS ci avevano trasferito da Tolentino a Sforzacosta sotto buona scorta e una volta varcato il grande portone del tabacchificio ognuno di noi cercò come meglio sistemarsi nei vecchi castelli di legno già utilizzati dai prigionieri di guerra inglesi. Passammo quasi tutta la notte insonne, non tanto per l'inaspettata piega che stavano assumendo gli avvenimenti, quanto per le miriadi d'insetti cui erano infestati i tralicci. La nostra preoccupazione fu quella di tenere lontane le cimici mediante l'accensione di fuochi. Ogni nostro tentativo però risultò vano. Il mattino seguente non pochi di noi accusavano fitte e gonfiori per le punture ricevute. I fratelli Tesei, giunti a Sforzacosta insieme a precedente, erano divenuti irriconoscibili, sia per gonfiore loro prodotto dalle punture degli insetti, sia perché si spalmarono l'epidermide con una bianca pomata, provvidenzialmente filtrata oltre il recinto del campo. Questo piccolo episodio ci risollevò un po' lo spirito perché gli ottimi fratelli Tesei, conciati in maniera tale da sembrare due selvaggi di una tribù di watussi sul piede di guerra, non mancarono di suscitare tra di noi un po' d'ilarità, alla quale, anch'essi, molto simpaticamente, non si sottrassero" Giancarlo Leggi scrive anche della visita medica da parte di una Commissione alla quale partecipano anche il Rag. Castelli, detestato fascista tra i responsabili dei rastrellamenti, e il dott. Giulio Apolloni, clandestinamente esponente del C.L.N. , che invece si prodiga per diagnosticare malattie incurabili e provare ad evitare le deportazioni. “E’ naturale quindi che i giovani di Tolentino cercassero di infilarsi in quelle code che si formavano dinanzi al Dott. Apolloni <...> Questa manovra però a me non riuscì.” Ma il dottore che lo visita diagnostica ugualmente una gastrite cronica che gli risparmia la deportazione.
Gli internati vengono classificati in tre gruppi: abili al lavoro in Germania (subito deportati), abili al lavoro in Italia, inabili e esonerati da qualsiasi lavoro. I giovani detenuti sanno che quelli del secondo gruppo vengono a scaglioni trasferiti a Suzzara in alta Italia per essere adibiti allo sgombero delle macerie, e poi anche loro deportati in Germania. I controlli non sono eccessivamente severi e molti riescono a fuggire. Ma la maggior parte dei giovani detenuti non ha il coraggio di fuggire, anche rassicurato della vicinanza del fronte alleato. Uno dei due maggiori del campo è nominato “Tiger”: “Durante il suo turno di comando si aggirava spesso per il campo impugnando un moschetto per la canna.” Il tedesco è solito usare la canna del fucile per sferrare violentissimi colpi. Il 17 maggio 1944 gli aerei anglo-americani bombardano le uscite dal campo. Alcuni perdono la vita, molti fuggono. Le SS avviano subito un rastrellamento e riprendono un centinaio di ragazzi pronti per essere deportati. L’ing. Weber, ingegnere svizzero che abita da tempo a Tolentino e che si trova spesso a contatto con i tedeschi chiamato per i servizi di traduzione, riesce a convincere i tedeschi della necessita di lavoratori per il Comune di Tolentino: così 30 giovani sono risparmiati dalla deportazione. Negli ultimi giorni, dopo la fuga dei tedeschi, restano nel campo alcuni tolentinati e un gruppo di slavi ridotti alla fame. Le famiglie dei giovani portano un po’ di cibo. Il campo è controllato da alcuni fascisti, sempre più impauriti dal sentimento della fine.

























 
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